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Le opere d’arte create con l’IA sono umane?

Può sembrare un controsenso, ma c’è ancora qualcosa di troppo umano nelle cosiddette intelligenze artificiali. Certo, hanno una sorprendente memoria e capacità di calcolo, cosa che noi mortali non potremmo mai eguagliare, ma poiché si tratta di un prodotto umano, va da sé che tanti limiti ed errori umani queste AI finiscono col portarseli appresso.

Pur guardando impressionanti quantità di dati e studiando molte performance, le AI lo fanno sì molto velocemente ma indossando i nostri stessi occhiali da vista… distorta. La distorsione si verifica anche banalmente per motivi geografici, visto che le aziende sviluppatrici sono per la gran parte americane (con pregiudizi americani/occidentali annessi). Il risultato lo spiega bene il filosofo Francesco D’Isa: «provate a inserire un prompt come “una donna” o “un uomo” e vedrete che tendenzialmente il risultato sarà con la pelle bianca. Oppure digitate “nurse” (infermiere): apparirà sempre una donna, probabilmente con un vestitino sexy […] I soggetti di etnia non caucasica o l’arte orientale vengono rappresentati con una qualità peggiore, proprio perché meno presenti nel dataset» (F. D’Isa, La rivoluzione algoritmica delle immagini, p. 130) . Potremmo dunque dire che i loro limiti dipendono dai nostri orizzonti limitati sul mondo.

E loro, ce li hanno dei limiti propri? Al di là del fatto che anche le AI se vengono staccate dalla loro fonte di energia (e si tratta di strumenti enormemente energivori1), diventano del tutto inutili, per ora sono “vittime” di un limite non da poco: hanno sempre bisogno di noi per creare, inteso sia come bagaglio di esempi e informazioni (dataset) di studio che come comandi e input (prompt). Insomma, nulla si crea dal nulla. Di dataset abbiamo già parlato, ma anche sul prompt ci sarebbe molto da dire: non basta dare in mano ChatGPT (per dirne una) a un essere umano per creare un’opera d’arte, così come non basta mettergli in mano un pennello o una macchina fotografica per ottenere quel risultato. Anche in questo caso, quindi, sono strumenti che vanno dati in mano a chi li sa usare per poterle integrare nella prassi artistica. Ecco quindi che, accanto a limiti ed errori, del “bello” umano le IA possono metterlo a disposizione.

Vista l’importanza del prompt e del database, sorge quindi un’altra domanda: se possiamo immaginare in un futuro non troppo lontano librerie in cui troveremo in vendita volumi scritti da Donatella Di Pietrantonio accanto a quelli scritti da Gemini, o gallerie con opere di Picasso accanto a quelle di ChatGPT, considerando che lavorano con dei database di materiali non finiranno semplicemente col fare un copia-incolla di qualcosa che già esiste? Bisogna intanto osservare che questo vale già nell’arte: difficile immaginare cosa sarebbero stati gli impressionisti senza Manet, o Van Gogh senza le stampe giapponesi2. Ma Gemini e affini potranno mai essere Manet prima di Manet? O Dostoevskij prima di Dostoevskij? In altre parole, tanto per l’intelligenza umana che per quella artificiale, «resta da chiedersi se è possibile creare un contenuto originale, inteso come innovativo in ambito visivo» (F. D’Isa, op.cit., p. 61).

Siamo ancora all’inizio: per quanto i tempi corrano veloci e le capacità delle AI siano sempre migliori, abbiamo messo solo un piede in questo ampio ambito. Del resto, come spiega ancora D’Isa, per diventare arte la fotografia ci ha messo del tempo, non lo è stata certo con i primi scatti ma dopo decenni di affinamento tecnico. Così come è maturata con il tempo la capacità di apprezzarla: «Il bello artistico, oltre a essere un concetto mutevole, non coincide col gusto medio, anzi, spesso lo rivoluziona e lo porta ben al di là dei limiti usuali. D’altra parte, non ci è voluto del tempo per riuscire ad apprezzare l’espressionismo, il cubismo e l’astrattismo?» (F. D’Isa, op.cit., p. 74). È sempre utile infatti ricordare la genesi del titolo “Impressione” del famoso dipinto di Monet che si considera come manifesto dell’impressionismo (appunto): il termine era stato usato da un critico presente alla famosa prima esposizione poi passata alla storia come impressionista del 1874, e in termini tutt’altro che lusinghieri. Così come del resto Van Gogh era molto poco capito e considerato in vita per le sue abilità e sensibilità pittoriche, mentre per noi è uno dei più grandi artisti di sempre. Anche in ambito artistico, quindi, potremmo dire che per fortuna siamo in tanti, e ci sono persone capaci di ampliare i propri orizzonti e mettere in discussione ciò che è già assodato.

 

NOTE:
1 – Se ne parla da molto, si può approfondire qui 
2 – Alcuni sono gli esempi sono dello scrittore statunitense Lev Manovich, riportati da D’Isa, in F. D’Isa, op.cit., p. 63.

Giorgia Favero

plant lover, ambientalista, perennemente insoddisfatta

Vivo in provincia di Treviso insieme alle mie bellissime piante e mi nutro quotidianamente di ecologia, disillusioni e musical. Sono una pubblicista iscritta all’albo dei giornalisti del Veneto, lavoro nell’ambito dell’editoria e della comunicazione digitale tra social media management e ufficio stampa. Mi sono formata al Politecnico di Milano e all’Università Ca’ Foscari Venezia in […]

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