L’ultimo e attesissimo film di Francis Ford Coppola, Megalopolis, si presenta come una perfetta utopia fantascientifica. Eppure, non è solo questo.
La storia è ambientata in una New York dall’evidente richiamo all’antica Roma, con la quale condivide solennità estetica, privilegi di casta, intrighi familiari, perfino nomi di matrice latina. All’interno di questa società c’è spazio per il lusso, per l’eccesso, per i giochi di potere, ma anche per il genio. Un architetto stimato e dalle doti che sfiorano la sfera magica, Cesar Catilina, ha un progetto visionario: ricostruire la città, che ha subito danni ingenti, usando un nuovo materiale, dalla non ben definita provenienza, ma dalle caratteristiche sbalorditive.
Sembra un’utopia fantascientifica, dicevamo. Eppure la struttura, l’impronta e il futuro delle nostre città è talmente dirimente per la nostra epoca che nella quarta di copertina di Fitopolis, la città vivente di Stefano Mancuso si legge: «[…] da come immagineremo le nostre città nei prossimi anni dipenderà una parte consistente delle nostre possibilità di sopravvivenza» (S. Mancuso, Fitopolis, la città vivente, Laterza, 2023).
In Megalopolis, il sindaco di New York, Franklyn Cicero, non nutre stima nei confronti di Cesar, e non approva affatto le sue idee innovative. Da buon conservatore, lo ostacola, cercando di preservare la stabilità del suo ruolo, nonché il sostegno dei suoi cittadini. Fra i due nasce uno scontro, ideologico sì, ma anche generazionale e politico: incarnano, così, la dicotomia “vecchia politica vs cambiamento”, cemento contro futuro e sostenibilità.
Si nota che il senso racchiuso in tale scontro non è poi così distante dalla realtà della nostra società: assistiamo, infatti, ad una resistenza da parte di chi ostacola una transizione, non solo ecologica – negandone l’urgenza – ma anche di tipo ideologico. Ciò che si osteggia realmente, infatti, è una ridefinizione del nostro ruolo come essere umani, che dovrebbe vederci responsabili – e attuatori – di azioni, di pratiche, da una parte, e che dall’altra dovrebbe riconsegnarci il nostro status all’interno di un ecosistema globale e complesso, ovvero quello di abitanti ospiti. Ciò che si teme davvero è quanto di più importante ed essenziale possiamo mettere in atto per il futuro: fare un passo indietro come specie, per il modo in cui stiamo abitando questa terra. E farne uno in avanti, coraggioso e concettuale, per come intendiamo prendere in carico il luogo che abitiamo.
Nell’atmosfera di rivalità in Megalopolis, si inserisce la figlia del sindaco, Julia Cicero, inizialmente intenzionata a redarguire Cesar, che ha osato oltraggiare suo padre. Gli si avvicina, ignara del fatto che sarà ammaliata dal suo estro, dal fascino, dal talento, e dalla nobiltà d’animo dei suoi propositi. Julia, infatti, scopre che il materiale che Cesar vuole usare per la costruzione delle nuove abitazioni migliorerà la vita delle persone in maniera inimmaginabile. I due iniziano a lavorare al progetto insieme, e si innamorano.
Oggi una fetta ancora fin troppo ristretta di società si chiede come debbano essere costruite o ricostruite le città del futuro. In ogni caso una risposta innovativa c’è, e la si rintraccia nell’approccio biofilico. Un approccio volto a ridare alla natura un posto centrale e non più meramente accessorio nella definizione strutturale delle aree urbane.
Solo le piante sono in grado di riequilibrare una bilancia che da troppo tempo pesa a sfavore dell’ambiente.
Solo le piante possono apportare quel tipo di benessere e di salute che ci appaghi come persone e come cittadini, e riporti in pari chi è rimasto indietro in una corsa ad una crescita divenuta svantaggiosa per troppi.
Saranno loro a ridare prospettiva alla nostra visione: a mostrarci che la nostra concezione di essere umano al di sopra di tutto, non ha portato buoni frutti; e che possiamo immaginarci parte del tutto. È così che potrebbe cambiare il nostro pensiero e, di conseguenza, il nostro modo di abitare.
Come in una Roma antica, nel film non mancano la violenza, il sabotaggio, le cospirazioni. Ma ciò che questa fitta trama nasconde è il vero tema: alla società serve un nuovo approccio di abitare le città, che sia accessibile a tutti, che metta in connessione le persone, e queste con gli spazi esterni, migliorando abitudini e qualità della vita.
In un’epoca di crisi ambientale e abitativa, Megalopolis pone l’accento sulla vera questione: cambiare il modo di abitare, per imparare un nuovo modo di vivere, e di essere come società.
NOTE
[Photo credit Guilherme Madaleno via Unsplash]
Carmen Gaeta
Dopo un’esperienza nel mondo digitale, al quale rimane affezionata, decide che la passione per linguaggi e comunicazione debba trasformarsi e indirizzarsi a relazioni e persone. È per questo che diventa Life Coach, e si specializza in tecniche ispirate al Voice Dialogue: per aiutare le persone a raggiungere i propri obiettivi personali, a conoscersi e a scoprire cosa desiderano davvero. Appassionata di piante ed esperienze in natura, la ristrettezza obbligata da Instagram la porta ad ampliare gli spazi di scrittura e a creare una newsletter su substack, Artemisia, in cui parlare di benessere, riflettere e porsi domande. Perché solo con le domande è possibile ricercare la vita ideale.